Mercoledì 1 aprile 2015 al Liceo Frassati, mercoledì della settimana santa e ultimo giorno di scuola prima delle vacanze pasquali, ultime due ore… Lectio brevis? Tutt’altro: un incontro-testimonianza desiderato, atteso e straordinariamente seguito da tutti, studenti e professori. È stato l’incontro con Maria Acqua Simi, inviato speciale del Giornale del Popolo (Quotidiano della Svizzera Italiana) presso i campi dei profughi cristiani in Iraq, invitata dalla Preside perché non rimanesse senza risposta la domanda di tanti ragazzi: «Che cosa sta veramente succedendo in quella parte del mondo? E noi, qui, che cosa possiamo fare, che compito avere?».  Sono, infatti, Miriam e Matteo (studenti di prima e quarta) a tenere l’incontro ponendo proprio queste domande iniziali alla giornalista.

Maria Acqua – dopo una breve introduzione di tipo storico per inquadrare la situazione, in particolar modo circa la nascita e lo sviluppo dell’ISIS – ha raccontato ciò che lei ha visto, storie che l’hanno colpita, prima di tutto nell’umanità. Come quella di un monaco 70enne, malmenato e costretto ad assistere in ginocchio all’incendio del suo monastero e alle raffiche di mitra contro il crocifisso. Riuscito a fuggire, pur con le ossa rotte, ha cominciato a girare tra le tende degli sfollati per portare loro conforto e distribuire gli aiuti. Ha raccontato che il dolore più grande e straziante «non è stato vedere incendiare il suo monastero ma quegli spari contro il Crocifisso, contro il mio Gesù».
E poi le storie di due donne, Marya e Haidi. Storie che attraversano gli angoli più bui del cuore dell’uomo, ne fanno vedere la malvagità ma allo stesso tempo l’incredibile capacità di sacrificio e amore.
Marya. «Ho sempre vissuto a Qaraqosh con la mia famiglia. Anche da sposata sono rimasta lì con mio marito e i nostri tre bambini. Stavamo bene, i due più grandi andavano a scuola e il piccolo era ancora a casa con me. Ma a giugno sono arrivati i daesh». I daesh sono i miliziani dell’ISIS, nella dicitura aramaica e araba. Un termine dispregiativo per indicare “i barbari che impongono con violenza le proprie idee”. Marya con i daesh ha dovuto fare i conti nella maniera peggiore: l’abiura della fede cristiana pena l’uccisione dei suoi figli. «Il 27 luglio provammo a scappare da Qaraqosh, ma eravamo in trenta persone su un piccolo pulmino e non ci stavamo. Io e i bimbi siamo tornati indietro. Abbiamo riprovato la fuga con mio marito il 6 settembre scorso. Ma arrivati tra le montagne, verso il monastero di Santa Barbara, sessantacinque daesh ci hanno fermato». Costringono lei e la sua famiglia a fare ritorno a casa, convincendoli che sarebbe andato tutto bene. Invece andrà tutto male. Perché al loro ritorno Qaraqosh è una città fantasma: non ci sono più cristiani. Solo sostenitori dell’ISIS. «Ci sequestrarono tutto: telefoni, soldi, documenti. Ci nascondemmo in casa nostra: noi e un’altra famiglia. Per tredici giorni abbiamo condiviso pane e acqua. Poi loro decisero di partire e noi di rimanere. Ma non potevamo uscire per paura dei daesh». Ed è qui che Marya e la sua famiglia sperimentano una carità impensabile. «Avevamo fame. Pregavo ogni giorno Dio e Maria di aiutarci. E così è stato. Due famiglie, una sunnita e una sciita, ci portarono cibo e acqua di nascosto dai daesh per giorni. Fino a quando proprio la famiglia che avevamo ospitato non ci denunciò all’ISIS. Non so perché l’hanno fatto, forse sono stati ricattati». Una sera i miliziani bussano alla porta di Marya. Fa appena in tempo a fare una telefonata ai suoi zii (sfollati da tempo) e poi lei e tutta la sua famiglia vengono catturati. «Divisero me e mio marito. Poi ci dissero che se ci fossimo convertiti ci avrebbero portati a Mosul e dato tutto quello di cui avevamo bisogno: medicine per i bimbi, cibo, una casa. Oppure avremmo dovuto pagare la tassa dei cristiani: 50 dollari a testa». Marya e il marito rifiutano, non intendono convertirsi. Così gli jihadisti li arrestano e li portano a Mosul, prigionieri in una stanza, dove possono vedere incatenate trenta donne yazide. «Convertitevi, o uccideremo i tuoi figli e tua moglie verrà venduta», è il pacato ultimatum dell’ISIS. Stremato e preoccupato, il marito cede. Lui e Marya vengono portati al Tribunale pubblico della Sharia e costretti all’abiura. «È stato terribile. Ci hanno fatto pronunciare le loro formule ma noi nel cuore sapevamo di esser cristiani. Dopo la conversione forzata ci portarono in una casa dandoci un foglio con scritto che eravamo islamici. Ci diedero tanto cibo dicendo a tutti di trattarci con riguardo, in quanto convertiti. Ma i telefonini non ce li davano». Sapevano, i daesh, che quella famiglia era ostinata. Che non ci si poteva fidare. E in effetti quell’ostinazione sarà la loro salvezza. «Continuavo a pregare di poter trovare un modo di comunicare con i nostri parenti lontani, così sarebbero venuti a salvarci». Una sera, i vicini di casa dicono loro di non farsi vedere e di venire di notte: potranno telefonare di nascosto ai propri famigliari se vogliono. Marya decide di fidarsi. Riesce a chiamare, ad avvisare i suoi che lei e i bimbi stanno bene e chiede aiuto. Dal Kurdistan gli zii pagheranno profumatamente alcuni sunniti (solitamente alleati dell’ISIS ma questa volta no) per andare in auto a prendere Marya, il marito e i bimbi. Fanno una colletta, raccolgono 500 dollari e trovano due autisti sunniti disposti ad aiutarli: andare a Mosul, trovare quella famiglia e di nascosto farla fuggire. Così una notte, una Nissan Bianca li porterà in salvo. «Ora siamo qui a Erbil. Ci manca tutto: latte per i bambini, cibo, luce, vestiti. Ma abbiamo riavuto la nostra fede. Appena arrivati abbiamo chiesto al vescovo la benedizione speciale. Perché siamo cristiani, lo siamo sempre stati. Perché crediamo in questo. Abbiamo pregato Dio e Maria e loro ci hanno ascoltato». Ascoltato e accompagnato con i volti più inaspettati: sunniti e sciiti. Il che getta un po’ di luce su un Paese che tutti vorrebbero perso e diviso. E invece è ancora capace di storie a lieto fine.

Haidi ha lunghi capelli grigi raccolti in una coda sfatta e lo sguardo come instupidito dal dolore. Le occhiaie, profonde, cerchiate, le scavano sguardo e guance. «I daesh sono arrivati a Qaraqosh all’improvviso. Ma io e la mia famiglia non ce ne siamo accorti subito», mi racconta seduta sul materassino di fortuna che le suore domenicane hanno trovato per lei e il marito, cieco. Vivono su tre materassini in uno stanzone che condividono con altre decine di famiglie. Con loro ci sono quattro figli di ventitré, tredici, undici e nove anni. «Manca Cristina – sussurra Haidi -. Ma io prego tutti i giorni Dio che me la riporti a casa». Piange, si copre il volto. Il marito tace. Poi riprende a raccontare, e io capisco il perché di quelle occhiaie. «Mio marito è cieco e io non guardo la televisione. Quando i daesh sono arrivati la gente è fuggita dal villaggio ma noi abbiamo capito con qualche giorno di ritardo cosa stava succedendo. Quando i daesh sono entrati in casa nostra erano le dieci del mattino. Siamo scappati in fretta, ma al posto di blocco ci hanno fermati». Perché, scopro, tutti i cristiani devono pagare per poter lasciare la città. Haidi e il marito non hanno denaro, cercano di spiegarsi: cinque figli, lui disabile. Non hanno soldi per pagare quella tassa tanto vergognosa. L’ISIS non tratta, però. Un miliziano sofferma lo sguardo sulla bimba più piccola, che sta piangendo. La strappa dalle braccia di Haidi e la porta via. Di lei non si sa più nulla da allora. «Cristina ha solo tre anni e tre mesi, non può stare senza di noi». Chiedo se hanno notizie e lei indica con un cenno della testa il figlio più grande, che sta seduto in un angolo. Il ragazzo, ventitré anni, è riuscito ad entrare in contatto con alcuni miliziani. Ma forse per aggiungere dolore al dolore, o per scherno o semplice cattiveria, l’unica cosa che gli hanno detto è che la piccola è viva e continua a piangere, chiedendo della mamma e del papà. «Non mi do pace, ho paura per lei. Perché se ha paura piange e se piange magari la uccideranno per farla stare zitta. Dio, fa che torni a casa! Dio, riportamela a casa!». Il marito continua a tacere. Un amico dice che i due genitori si rimproverano di non aver fermato i daesh. In quelle occhiaie e in quelle lacrime c’è tutta l’umana impotenza di non poter preservare dal dolore chi più si ama. Ripenso a quei Salmi antichi che rotolano in testa come le poesie imparate a memoria alle elementari: “Si dimentica forse una donna del suo bambino? Se anche ci fosse una donna che si dimenticasse io non mi dimenticherò”. Haidi spera in questo. Accanto a lei un uomo gesticola, si avvicina. Racconta che il 6 agosto scorso, mentre scappava, è rimasto ferito negli scontri tra ISIS e peshmerga. Alza la camicia per mostrare il proiettile. Che se ne sta lì, incastrato, mentre la pancia è tutta bruciature e ferite. L’operazione per estrarlo costa duemila dollari. Che non ci sono. Ma sia lui sia la famiglia di Haidi ringraziano di una cosa: «Siamo vivi, Dio ci ha mantenuti vivi».
La situazione dei rifugiati è complicata ma tutti qui pregano, si danno da fare per tenere in ordine le povere tende, puliti i materassi. Anche se non c’è acqua corrente o luce, anche se tutti vorrebbero tornare alle proprie case, al proprio lavoro, alla normalità. Ora qua sperano. E continuano a ripetere una sola cosa: «Siamo qui, esistiamo, siamo vivi. Non lasciateci soli».

Il racconto di Maria Acqua è accompagnato da foto da lei stessa scattate e costellato da una specie di ritornello: «Vedete? È un paese bellissimo, sono nomi bellissimi, sono persone bellissime!». Questo “bellissimo” come una nota, una “goccia” che a poco a poco scava nella nostra indifferenza, fino a fissarsi in un’immagine di amore e tenerezza grandissimi: l’immagine di quella donna che, pazientemente e instancabilmente, spazza il pavimento dello scheletro di quel palazzo, mai finito di costruire, in cui sono ospitate le centinaia di rifugiati, senza ormai nulla tranne la fede e la dignità.
Un’immagine che, però, non rimane impietrita in una conferenza, per quanto bella e commovente: nelle settimane successive i ragazzi hanno continuato a parlarne tra di loro e con i professori.
«Mi ha aperto un mondo». «Mi ha fatto conoscere una realtà di cui si sente sempre parlare, ma che rimane sempre astratta». «Ci ha fatto vedere esperienze vere, persone vere». «Ci ha parlato di lei. Un racconto di passione, di fede e di speranza». «E’ stato l’incontro con un’umanità ferita, ma non sconfitta». Sono i commenti più ripetuti dai ragazzi.
E poi il compito avvertito per sé: «Quando ci troviamo di fronte a realtà così grandi e distanti (in apparenza) da noi ragazzi, ci sentiamo impotenti. Maria Acqua ci ha incitato a non perderci d’animo, perché tutti possiamo contribuire a combattere una battaglia culturale». «Di questo incontro mi ha colpito la posizione di Maria Acqua rispetto a come noi, spettatori esterni delle vicende drammatiche e attuali, possiamo combattere l’avanzata del male: una resistenza culturale. Maria Acqua ci ha incitato a studiare e ad appassionarci alla nostra cultura che ci insegna la libertà». «E’ stato un incontro molto interessante perché, da un lato mi ha permesso di comprendere meglio la storia e l’origine dell’Isis, dall’altra di scoprire le commoventi storie dei cristiani perseguitati. Così mi ha dato la possibilità di riflettere non solo sulla situazione in Medio Oriente, ma anche sulla mia, perché, come le aveva detto il vescovo, per aiutare i perseguitati è utile fare bene il proprio compito quotidianamente». Aveva infatti detto monsignor Nona, arcivescovo di Mosul, alla domanda circa quale fosse il messaggio di cui lui desiderava fossero portatori i giovani in occidente: « Il messaggio è semplice, no? Il messaggio è di vivere bene la vostra vita cristiana, quotidianamente in tutti i dettagli della giornata. Molto semplice, la nostra fede non è una cosa complicata, è una cosa molto semplice: io vivo bene con gli altri, con i miei amici, con la mia famiglia, rispetto gli altri, rispetto i valori della vita, rispetto tutti quelli che incontro durante la giornata. Questa è la fede cristiana: amare tutti gli altri. Penso che il messaggio più forte che potete portare a tutti è quello di vivere semplicemente la vostra vita quotidiana piena di amore, piena di rispetto, piena di rispetto per i valori della vita, anche di allontanarvi dal male, dal peccato che purtroppo c’è nella vita. Il messaggio è questo: noi saremo molto contenti quando vedremo che gli altri cristiani, altri ragazzi giovani come voi, vivete la vostra fede con coraggio, senza paura».
«La cosa che più mi ha fatto riflettere – ha commentato una ragazza – è stata la risposta alla domanda su cosa potevamo fare noi di fronte all’ISIS: io non posso pensare di non essere libera!»
È questa libertà di vivere la propria fede con coraggio, senza paura, che vogliamo sia difesa e garantita per tutti, perché è il vero bene di tutti.

Prof. Stefano Giorgi

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