27 gennaio “Giorno della memoria” in Frassati, le parole degli studenti

In occasione del Giorno della Memoria, l’odierna ricorrenza internazionale che intende commemorare le vittime dell'Olocausto, presentiamo il progetto cui hanno partecipato gli studenti di terza media. Lo raccontano cinque ragazze di III C: Alice Ardovino, Cecilia Barbavara, Rebecca Bellora, Ludovica Iemmolo e Sara Perfetti.

Il lavoro è stato svolto con il professor Stefano Giorgi, docente di religione.

«Il professore – spiegano le studentesse – ci ha innanzitutto raccontato un suo viaggio ad Auschwitz. I suoi racconti e quanto ci ha mostrato (foto e documenti) erano impressionanti. In quei luoghi di morte tante cose sono conservate come erano all’epoca (il cancello con la scritta in tedesco “il lavoro rende liberi”, stanze, contenitori, perfino i sassi e la ghiaia) perché i visitatori si possano immedesimare in quel periodo e in quanto è successo; per esempio, in alcun punti si possono ancora vedere le ceneri dei morti».

Tra gli oggetti mostrati dal docente l’attenzione dei ragazzi si è soffermata su un disegno, pubblicato su un giornale che mostra lunghe file di detenuti in un campo di sterminio accanto a cadaveri gettati per terra. «Bastava muoversi e uscire dalla fila per essere uccisi: l’obiettivo dei nazisti non era solo uccidere, ma spaventare i prigionieri, per evitare ribellioni e fughe. Un altro dettaglio terribile era il taglio dei capelli: venivano rasati a zero per farli apparire tutti uguali e così eliminare l’identità delle persone».

I ragazzi coinvolti nel progetto hanno poi visto con l’insegnante il film "Il bambino con il pigiama a righe" di Mark Herman (2008):

Ci ha colpito molto - affermano al proposito – e ci ha fatto commuovere, ma anche fatto provare paura e angoscia pensando che queste cose succedevano poco più di 70 anni fa. Era un film, ma queste cose succedevano veramente: i dettagli, i vestiti per terra, i corpi ammassati… Le SS trattavano quelle persone come carne da macello».

Gli studenti hanno poi lavorato su altri documenti. Ad esempio “Storia di una foto”, un articolo di quotidiano da cui – grazie a una vecchia fotografia – è emersa la storia di due giovani sposi che si conobbero in un campo di concentramento. Quando si sposarono alla fine della guerra erano così poveri che lei aveva un vestito da sposa fatto con un paracadute dell’esercito britannico e lui con una divisa delle SS... “Persino nel posto peggiore del mondo, dove tutto è violenza, può nascere una cosa bella" - spiegano le ragazze -. "Non tutto è perduto, se qualcuno conserva la speranza”.

Il lavoro è proseguito leggendo alcuni racconti di Wolfgang Borchert, "I topi e il pane", incentrati sulla miseria in Germania durante la guerra o l’immediato dopoguerra, in cui distruzione e disperazione si alternano a piccoli gesti, che salvano la dignità umana: quello di un vecchio verso un bambino che veglia il cadavere del fratellino, o quello di una donna capace di perdonare il marito che mangia di nascosto il pane che doveva sfamarli il giorno dopo, non facendogli pesare il gesto.

Infine, i ragazzi stanno leggendo in questo periodo "Ad Auschwitz ho imparato il perdono". Il libro racconta la vicenda dell’autrice, Eva Mozes, che a 10 anni fu portata via dall’Ungheria e finì con la sua famiglia ad Auschwitz (dove perse i genitori e due sorelle). La descrizione del loro viaggio nel treno merci, ammassati nel vagone come fossero animali, ha creato grande impressione nei ragazzi, così come le macabre file di persone che scendevano dai treni per essere divise in due gruppi, destinati alla prigionia o subito alle “docce” mortali. Eva e la sorella Miriam si salvarono per il fatto di essere gemelle, perché destinate agli esperimenti di Josef Mengele, il cosiddetto “angelo della morte” che decideva chi doveva vivere e chi no. A Eva non furono però risparmiate violenze, umiliazioni, orrori. Ma anche la strada per imparare il perdono.

Che cosa hanno imparato, in particolare, da questo lavoro le allieve?

Per Ludovica, «la cosa più angosciante è che chi era ad Auschwitz viveva nell’incertezza totale: non sapeva dove lo portavano, se lo avrebbero separato dai suoi o no, se sarebbe sopravvissuto o lo avrebbero ucciso…».

Rebecca aggiunge: «Questa esperienza è stata incancellabile per i sopravvissuti, che a distanza di tanti anni – erano bambini o adolescenti – ancora sentono tutto: li ha segnati per tutta la vita».

La cosa che ha colpito di più Alice è che «lo scopo finale era lo sterminio: uno poteva eseguire gli ordini o meno (tanti non capivano nemmeno il tedesco), ma lo avrebbero ucciso ugualmente. Erano marchiati dalla colpa di essere ebrei».

Cecilia sottolinea come dal lavoro sia emerso che «la Shoah non è stata “fatta” solo dai carnefici, ma anche dagli indifferenti, cioè tutti quelli che si sono girati dall’altra parte e non hanno fatto nulla, convincendosi che non stava succedendo».

Infine, per Sara «questo lavoro ci ha reso consapevoli di quanto accaduto, affinché fatti come questo non accadano più. E ci ha invitato a reagire, anche nella nostra vita, quando vediamo una situazione ingiusta o violenta».

Dalle parole di queste giovanissime studentesse sgorga la speranza che questo Giorno -in cui si ricorda il 75° anniversario della liberazione del campo di Auschwitz- non sia solo un perenne monito a che non accada mai più nulla di simile, ma anche l’incremento della consapevolezza che cambieremo il mondo se inizieremo a cambiare noi, e i nostri giovani in particolare.

Seveso, 27 gennaio 2020