Con ‘Dialogo nel buio’ inizia l’anno in terza

Milano, Istituto dei ciechi di via Vivaio. Inizia qui e in maniera originale il nuovo anno scolastico degli alunni delle classi terze della Secondaria. I ragazzi hanno vissuto infatti l’emozionante avventura dei ‘Dialogo nel buio’, progetto che in questi anni ha visto la presenza di migliaia di visitatori e attirato l’attenzione del Preside Prof. Marchisio e degli insegnanti della scuola, che hanno deciso di proporre una mattinata in un luogo ricco di stimoli e dal forte valore formativo.

“L’iniziativa di aprire l’anno con il “dialogo nel buio” – dichiara il Preside - è stata scelta dai docenti in risposta ad una precisa esigenza rilevata per gli alunni: la necessità di imparare a fidarsi dell’adulto che li accompagna, in una dinamica di rapporto stretto, continuo e sempre veicolato ad uno scopo da raggiungere. Entrare nel buio per ‘passarci attraverso’, con una guida e un gruppetto di compagni, è una grande metafora ma altresì un gesto (dal latino gerere = portare) che aiuta i ragazzi a “capire facendo”, secondo il nostro usuale metodo induttivo “fare per capire”. Più che tanti discorsi, coi ragazzi contano i gesti perché sono in sé comunicativi e, come in tal caso, educativi (lo dice la parola: “che aiutano a portare fuori!”). L’educazione è la grande avventura di entrare anche nel buio per uscire alla luce più consapevoli e liberi di prima”.

Ma come hanno vissuto l’esperienza i ragazzi? Siamo andati ad intervistarne alcuni.

"E’ stata una giornata molto bella – racconta Benedetta – in cui abbiamo imparato sia a metterci nei panni degli altri sia a ‘fidarci’ di una guida. Gli organizzatori ci hanno fatti entrare nelle stanze dell’edificio muniti solo del nostro bastone e in ascolto della guida che aveva il compito di condurci. Abbiamo incontrato ambienti e oggetti diversi, dalla cucina al parco giochi al mercato e persino una barca, imparando a ‘vedere’ gli oggetti senza i nostri occhi. Mi sono accorta di tante piccole cose che normalmente non sperimento, ad esempio seguire la guida annusando il suo profumo oppure riconoscere una bibita al tatto senza vederla. Al termine del percorso ci attendeva il bar, sempre al buio, dove ci è stato offerto da bere e dove abbiamo potuto fare domande. L’esperienza mi è piaciuta moltissimo, la consiglio non solo ai giovani come me ma anche agli adulti. L’essere al buio è un’esperienza che vivo anch’io, in quanto nella mia situazione di studentessa di terza media sono incerta nei confronti del futuro e della scelta della scuola superiore. Per fortuna davanti a me ci sono buone guide, di cui posso fidarmi".

"Con i nostri bastoni, un po' emozionati e curiosi siamo entrati solo in cinque – afferma Maria – perché nel mio gruppo non c’erano professori. La guida era accompagnata da altri collaboratori, anch’essi ipovedenti o non vedenti come lei, che stavano attenti a che non ci facessimo male e che osservassimo tutte le indicazioni proposte. E’ stata una visita davvero bella: nelle varie stanze del percorso abbiamo solo potuto toccare gli oggetti, senza vederli - ricordo ad esempio un quadro con all’interno la figura dell’Italia in rilievo, che io e la mia compagna siamo state capaci di riconoscere seguendo le linee dei confini di Stato -. Quando siamo andati al bar ho chiesto il motivo per cui i ciechi indossano gli occhiali e mi hanno spiegato che è per un motivo di sicurezza, ad esempio proteggere gli occhi dall’urto contro una parete o un albero. Ho imparato tanto durante la visita, soprattutto ho capito che fidarsi di qualcuno che sa guidarti è importante e che, in fondo, la luce c’è anche se non si vede".

"Mi ha stupito molto - commenta infine Filippo – aver conosciuto un luogo dove si parla della cecità senza far polemiche con nessuno, né la società né altri: semplicemente si mostra un modo diverso di ‘guardare’ le cose e la vita. Mi ha sorpreso poi il fatto di essere riusciti a cavarcela anche senza i normali riferimenti con cui siamo abituati a vivere: l’orologio al polso, gli anelli, i telefoni e gli occhiali e che le nostre guide fossero persone cieche. Alla fine, arrivati al bar, quasi ti rendi conto che ti abitui alla tua condizione e la vivi quasi come se non fossi stato al buio! E’ molto interessante poi aver utilizzato i sensi che normalmente usi poco - olfatto, tatto, udito – e accorgersi di quanto potenziale hanno in situazioni anche semplici come attraversare una strada. L’esperienza è stata davvero bella e arricchente".               

Non occorre vedere per guardare lontano. Lo dicono gli esperti all’Istituto dei Ciechi, lo dicono i ragazzi alla Frassati. C’è da credergli.

Seveso, 23 settembre 2019