Una domanda di verità sempre aperta

Cambiare è possibile, anche se si è nati in una realtà di violenza e atrocità. La storia di Farhad Bitani, vissuto sotto il regime dei talebani e oggi ambasciatore di pace.

Martedì 13 Ottobre 2015 la scuola ha promosso un incontro: una testimonianza singolare. Abbiamo incontrato un uomo afgano che ci ha raccontato la sua storia, o meglio la storia del suo cambiamento. Ciò che più mi ha colpito durante il suo racconto è stato che Farhad ha sempre avuto una domanda di verità nel suo cuore. Quest’uomo è nato in una famiglia di Pashtun, un’etnia afgana, il cui padre era ed è generale di un gruppo estremista islamico. Durante la sua vita ha visto accadere molte ingiustizie e atrocità che però non lo hanno inghiottito, non lo hanno trasformato in un “animale” senza coscienza. Farhad ci ha raccontato di come lui si sia sempre chiesto il perché delle violenza che vedeva: ad esempio di fronte ad un’esecuzione di una madre accusata di adulterio che veniva lapidata di fronte ai suoi due figli in lacrime lui si è domandato se quella fosse giustizia, se fosse vero che quella povera donna sofferente si meritasse di essere uccisa, di essere insultata e umiliata. Dopo averci raccontato questo episodio lui ci ha parlato di un “punto bianco”, un luogo nel nostro cuore dove è conservata l’umanità di ognuno, anche del più spietato essere umano. Ha detto che, seppur all’interno di una situazione così difficile, la pietà per la donna è venuta fuori dal suo cuore e attraverso alcune domande da lei provocate ha incominciato a chiedersi se la violenza fosse ciò che il suo cuore realmente desiderava. Da questo episodio è iniziato un seme di un cambiamento che è poi continuato quando, nel 2005 Farhad è andato in Italia per studiare. Appena arrivato dall’Afghanistan in Italia, Farhad riteneva tutti coloro che vedeva infedeli da uccidere, poi grazie a piccole attenzioni di gente sconosciuta o di amici conosciuti in Italia, Farhad ha cominciato a chiedersi se questa gente fosse davvero “il male” da condannare. Perché degli infedeli si preoccupavano di lui, lo consolavano, lo accoglievano a casa loro, facendo attenzione a non mangiare carne di maiale così da non mettere in imbarazzo il loro ospite musulmano? Queste domande lo hanno fatto pensare. Successivamente, grazie all’incontro con alcuni cattolici ha incominciato a capire che gli “infedeli” non sono per forza cattivi ma, anzi, il cristianesimo lo ha aiutato a riscoprire la vera natura dell’Islam.

Farhad grazie alla sua grande domanda di verità sempre aperta è riuscito a combattere i pregiudizi che gli erano stati inculcati. Ha riscoperto se stesso e questo ha cambiato la sua vita, che ora spende per essere ambasciatore di pace.

Simone Lancellotti, classe  I